Il saggio che leggerò è parte della tesi che sto
elaborando sul tema “Artaud, una tragedia”, spettacolo
del gruppo I Magazzini realizzato nel 1986 e di cui il
programma di questo festival propone una versione video.
Inizio l’intervento
citando l’intervista al regista Federico Tiezzi tratta
dal volume di Oliviero Ponte di Pino: “ Dopo aver esplorato, nei
due spettacoli precedenti, Beckett e Genet ho voluto
dipingere un grande affresco in cui campeggia Artaud e
la sua follia che non muove in direzione del buio della
notte, ma verso il giorno. In tutto lo spettacolo, i
vari linguaggi si mescolano intorno ai frammenti di una
vita che entra ed esce dai territori più disparati,
fisici e mentali[1].
Il dramma si sviluppa in una teoria/visitazione di
Artaud malato, racchiudendo Ombre che rappresentano
momenti astratti del percorso poetico e umano del
protagonista: la Follia, il Suicidio, l’Amore, la Verità
e la mistica Tarahumaras.
Artaud, una tragedia
si apre con una danza di neon azzurri e un concerto di
fischietti, prima che tra il sontuoso sipario cangiante
di apertura e i due successivi, si delimiti come spazio
del rito l’ultima stanza abitata da Antonin Artaud, dove
il profeta è impersonato da Sandro Lombardi, che
riprende i gesti svolti nel Come è di Beckett
con la maschera giapponese là indossata da Mariòn
d’Amburgo. Il travestimento è protagonista,
rispecchiando il tormento lacerante di un corpo che
domanda di essere liberato.
Il primo, immediato e
più evidente riferimento è quello al Teatro Orientale:
al balinese, forse, che folgorò Artaud nel 1922, e
meglio ancora al giapponese teatro Nō. A questo
proposito Forlani evidenzia in un suo saggio “come il
palcoscenico del Nō, nei suoi ideali due “piani” di
esistenza divisi da un fiume scavalcato da un ponte, e
col suo sfondo dominato da un albero, è un luogo sacro e
di eloquenti simboli. Qui, contaminato da archetipi
contemporanei, quell’albero diviene fiore/icona sullo
schermo di un televisore che resta acceso; i piani si
traducono in un letto (di clinica, di ospedale) e il
fiume è accennato con un rubinetto”.
Il segno è dunque quello
del sacro che racchiude riti e liturgie del moderno.
Artaud è vestito di un completo glam, d’oro,
scintillante, brandisce un’ascia; si nota però che la
maschera è del Nō, e che porta sul capo una tiara di
mago; i piedi, il ventre, le mani sono bendate (le bende
sono attributo sacerdotale). Artaud/Lombardi tremante,
le scioglie: questo è il primo gesto dello spettacolo.
La biografia di Artaud è avvicinata a quella di
Holderlin di cui un bambino sullo sfondo dice una poesia
in tedesco in un altissimo momento poetico, ma si
identifica anche alla storia del gruppo.
Artaud cammina come il
Matto della carta dei Tarocchi, con un piede scalzo e
l’altro calzato in uno stivaletto bianco, oltre lo
spazio composto ed integro del sacro; perde le facoltà
della maschera e della tiara.
La paura del vuoto che
invade questo spettacolo sulla follia, confina con
l’ansia della mente invasa di Artaud, che nella sua
solitudine salta sul letto come un uccello, grattandosi
come una scimmia.
Forlani nel suo saggio
su Artaud osserva che: “ qui sta l’Io diviso, la
scissione, la Follia: il divario fra urgenza e
insufficienza d’espressione. Nella scena successiva, la
scena di un sogno (“ i nostri sogni esercitano
un’influenza su di noi”), Artaud si sdoppia in una
figura maschile danzante, attiva, Hataraki o
“danza possente” nel Nō, e in una forma femminile come
impedita nel movimento, passiva, Mai o “danza
gentile” nel Nō.
Il danzatore si esprime
libero, sicuro, con forza nella totalità del linguaggio
del corpo; la donna, che si esprime mettendosi una
parrucca dai lunghi capelli biondi, precipita nel
delirio, la frammentazione, la perdita di senso del
testo, della musica, che ormai è fatta di rumori, di
suoni confusi, dal soffiare del vento al rumore degli
zoccoli di cavallo che corre.., del modello e la
struttura narrativa della teatralità tradizionale
classica, che ritroviamo nella frammentazione delle
parole, nelle ripetizioni di frasi in lingue diverse e
nelle urla improvvise.
Vi è però, un’idea
concreta della musica, in cui i suoni intervengono come
personaggi e le armonie sono spezzate in due e si
dissolvono negli interventi precisi delle parole. Qui
sta il balbettare dei versi in italiano, le battute in
lingua francese mutate in gemito, quelle in tedesco in
un rumore del ventre. Qui stanno i brani di Piazzola,
Rossini, Verdi spezzati o insensatamente ripetuti.
Questa scissione viene
rappresentata dalle Ombre di due guerrieri medioevali,
impegnati in una battaglia da melodramma, ora fra
Tancredi e Clorinda (primo movimento), ora fra l’Orlando
Furioso e Rolando della omonima Chanson (secondo
movimento), ora fra Don Chisciotte e il Cavaliere della
Luna (terzo movimento).
Ciò che segue è un
cammino nelle tenebre: il fiore sullo schermo sparisce;
il video si fa segno di folla (le teste), dolore (i
corpi stretti in lacci), solitudine ( la singola testa),
spavento (l’occhio spalancato inquieto). Un gioco
sapiente di luci, ombre, teli e paratie crea,
all’interno del medesimo spazio, luoghi differenti,
contradditori e l’un l’altro remoti.
Si moltiplicano le
suggestioni, i riferimenti: Amore entra in scena nuda,
come Venere, e ricoperta di geroglifici alchemici;
indecisa fra l’assumere un ruolo carnale, ferino, o
spirituale. La si spia, o piuttosto la si esamina, come
un referto anatomico, attraverso l’obiettivo di una
videocamera a mano.
Nello strazio dell’Amore
e della Verità Artaud/Lombardi prende il bastone del
pellegrino. Cieco. Indicativamente, con riferimento alla
vita del drammaturgo, è il 10 Gennaio del 1936; quando,
quasi senza denaro, si imbarca da Anversa alla volta del
Messico alla ricerca di un’esperienza decisiva. Scopre
la cultura delle tribù Tarahumaras e il culto religioso
del peyote. Le Ombre tutte si contorcono, gridano,
strisciano: l’Ombra di Tarahumaras, vitale, danza. Veste
d’oro, cinge una corona di fiori. Ecco, di nuovo con gli
attributi del sacro, la risposta di Artaud al
disfacimento della Società e del Teatro suo
contemporaneo. Tarahumaras riposa in grembo ad Artaud..
In una scena di assoluto
lirismo, immobile, plastica, spirituale che redime la
follia del vorticare, frammentario, materiale;
sottolineata dal finale in crescendo del Guglielmo Tell
di Rossini che suona ora limpido, integro, Amore,
Verità, Artaud e Tarhumaras compongono il quadro di una
Pietà o Deposizione. È il culmine di una parabola
inscindibile: dell’artista, dell’essere umano,
dell’afflitto dalla malattia.
Quindi, assistito dalla
caritatevole Verità, Artaud cinge di nuovo le bende e si
compone, come per la morte, in un semplice abito bianco.
Bianco, in estremo Oriente, è il colore del lutto”.
È in questo emozionante
finale, che vediamo Artaud volgere le spalle agli
spettatori brandendo una chiave inglese come bacchetta
da direttore d’orchestra e fare sprigionare le ultime
note di Otto e mezzo, per risuscitare e fare
uscire dall’estremo sipario come da un incubo affettuoso
tutti gli attori e i collaboratori della serata, che
avanzano in proscenio a morirvi, formando una pila di
cadaveri come nei Mysteries del Living Theatre.
Duchamp scelse il
silenzio e Artaud si fece folle: erano le due strade
maestre dell’avanguardia, che trasformarono l’uno e
l’altro in due eroi “culturali” del nostro secolo. È
tutto da vedere come i pochi oggetti di scena, nello
spettacolo dei Magazzini, e in particolare la ormai
celebre veneziana, diventino elementi pittorici ed
emblemi del caos e dell’eroismo quotidianamente
necessario per evaderne; e come quel grande attore che è
Sandro Lombardi, riesca a sommare sfumature nel
passaggio dall’orrore del lazzaretto universale alla
pura estasi teatrale: per Lombardi l’eroica resistenza
alla malattia assume i connotati di un destino comico.
Queste
le sue parole:“Lo stesso Artaud rivendica l’ipotesi
di una spettacolarità svincolata dalla logica che domina
la parola teatrale…
Le sue proposte per
noi sono state un indirizzo di ricerca e di superamento
degli schemi costituiti come, all’epoca di Artaud, la
sua visione e i suoi appelli per una società storica e
una cultura diversa si basarono su delle osservazioni di
comportamento; anche il nostro ultimo lavoro parte da
indagini e riflessioni sulla specificità del teatro nei
confronti della parola per riattingere a un fondo
incontaminato di sensazioni. Artaud, una tragedia è una
grande performance visiva carica di immagini che si
sovrappongono una sull’altra con improvvisi scoppi di
musica. Uno spettacolo carico, forse barocco, di
scatenamento, dove chi arriva a dominare sulla scena
sono i gesti dell’attore.
La famosa azione
scenica che interessa l’intera personalità dell’uomo
attore e dell’uomo spettatore, quell’azione che
attraverso gesti e suoni riesce a ottenere degli effetti
sensibili di sconvolgimento in colui che ti osserva,
finalmente scuotendo quella partecipazione
passiva-dannosa che lo stesso Artaud vedeva nel teatro
all’inizio del secolo. La scissione tra vedere e
illudere, un approccio con la verità, per entrare in
contatto con la materia elementare delle cose, per una
comunicazione diretta”.[2]
Chiudo con una nota di
Infante dal già citato I presagi di Artaud: “il
passaggio corpo-tecnologie digitali-mondo è senza dubbio
complesso; è per questo che è necessario abbandonare
certi schemi mentali per accettare che la mutazione
psicologica in atto, nel corso dell’avanzamento
tecnologico, possa esprimere potenzialità attraverso cui
è possibile intravedere un’espansione della coscienza
evolutiva. Viviamo in un’epoca in cui vengono
abbandonati dei valori consolidati ma non ne emergono
altri; uno dei pochi modi è quindi quello di sollecitare
una disponibilità alla sperimentazione di nuove
procedure che inventino relazioni umane e scambio
sociale.
Oggi, all’ultimo stadio
della comunicazione mediata, il corpo appare come un
estremo luogo dello scontro tra vita e finzioni, e
Artaud non solo risale alla mente, ma nuove forme di
spettacolarità lo evocano, rilanciandone l’estermismo
vitale”.
A cura di
Calandra Elisa
[1] F. Tiezzi (da un’intervista
di G. Tesorio, “Corriere della sera”, 17
dicembre 1987)
[2] Sandro Lombardi (da
un’intervista di S. Corradini, “Il Tirreno”,
18 dicembre 1987)