“Tutto ciò che
agisce è crudeltà. Partendo da questa idea di
azione estrema, spinta a tutte le conseguenze, il
teatro deve rinnovarsi. Per quanto vasto, questo
programma non va oltre il teatro, che a nostro
parere si identifica in sostanza con le forze
dell’antica magia.”
A. Artaud
“Una
diffusa riluttanza – argomentata o meno – a considerare
la vicenda di Artaud nei termini positivi
dell’accertamento biografico non ha impedito gli
atteggiamenti agiografici; il proliferare di
un’aneddotica patetica o pittoresca.”[1]
Ed è certo agiografica questa Tragedia di
Federico Tiezzi e tuttavia filologica quasi: una “sacra
rappresentazione” nel segno – o nei molteplici segni –
del manifesto teatrale di Antonin Artaud e della
Postavanguardia Teatrale Italiana.[2]
La
ripresa video di un allestimento teatrale non ci
permette per sua natura di cogliere il significato e le
implicazioni tutte di ogni singolo movimento, luce e
suono dello spettacolo. Il che è di impedimento alla
comprensione piena dello spettacolo stesso, e lo è ancor
più in un allestimento, qual è questo dei Magazzini, “su
Artaud secondo Artaud”. Quel che segue, di conseguenza,
non vuol essere che un “invito alla lettura”.
Il
dramma, come in forma di novella dickensiana, si
sviluppa in una teoria/visitazione ad Artaud malato da
parte di Ombre che rappresentano momenti astratti del
percorso poetico e umano del protagonista: la Follia, il
Suicidio, l’Amore, la Verità e la mistica Tarahumaras.
Il primo,
immediato e più evidente riferimento è quello al Teatro
Orientale: al balinese forse, che “folgorò” Artaud nel
1922, e meglio ancora al giapponese No.
Abbandonando i teatri
attualmente esistenti, prenderemo un capannone o un
granaio qualsiasi, che faremo ricostruire secondo i
procedimenti utilizzati nell’architettura di certe
chiese o luoghi sacri in genere, e di certi templi
nell’Alto Tibet.[3]
Il palcoscenico del No, nei
suoi ideali due “piani” di esistenza divisi da un fiume
scavalcato da un ponte, e col suo sfondo dominato da un
albero, è un luogo sacro e di eloquenti simboli. Qui,
contaminato da archetipi contemporanei, quell’albero
diviene fiore/icona sullo schermo di un televisore che
resta acceso; i piani si traducono in un letto (di
clinica, d’ospedale) e il fiume è accennato con un
rubinetto.[4]
Si eviterà il più possibile
l’abito moderno, non per gusto feticista e superstizioso
delle cose antiche, ma perché è assolutamente evidente
che certi costumi millenari destinati al rito, benché
siano stati creati in un’epoca particolare, conservano
una bellezza e un’apparenza rivelatrice, grazie alle
loro affinità con le tradizioni che li hanno prodotti.[5]
Il segno è dunque quello
del sacro. Riti e liturgie del Moderno,
sedimentate ormai nell’inconscio collettivo quanto il
gesto cattolico dell’elevazione dell’ostia, suggeriscono
un personaggio di Artaud Demiurgo e Ierofante, vestito
di un completo glam, d’oro, scintillante.
Brandisce un’ascia che significa forse la Crudeltà.
Nota però che la maschera è del No, e che porta sul capo
una tiara di mago. I piedi, il ventre, le mani sono
bendate. Le bende sono attributo sacerdotale. Artaud,
tremante, le scioglie: questo è il primo gesto
dello spettacolo. Come il Matto della carta dei Tarocchi
Artaud cammina, un piede scalzo l’altro calzato, oltre
lo spazio composto ed integro del sacro (del teatro
religioso primitivo, della psiche, dello spirito); perde
le facoltà della maschera e della tiara. “Le convenzioni teatrali
hanno fallito il loro tempo.”
Qui sta
l’Io diviso, la scissione, la Follia. Il divario fra
urgenza e insufficienza d’espressione. Nella
scena successiva, la scena di un sogno (“i nostri
sogni esercitano un’influenza su di noi”), Artaud si
sdoppia in una figura maschile danzante, attiva;
Hataraki o “danza possente” nel No, e in una forma
femminile come impedita nel movimento, passiva; Mai
o “danza gentile” nel No. Il danzatore si esprime
libero, sicuro, con forza nella totalità del linguaggio
del corpo; la donna precipita nel delirio, la
frammentazione, la perdita di senso del testo, della
musica, del modello e la struttura narrativa della
teatralità tradizionale classica: rappresentata dalle
Ombre di due guerrieri medioevali, impegnati in una
battaglia da melodramma, ora fra Tancredi e Clorinda
(primo movimento), ora fra l’Orlando Furioso e il Roland
della omonima Chanson (secondo movimento), ora
fra Don Chisciotte e il Cavaliere della Luna (terzo
movimento). In scena come Pupi Siciliani.
Vi è anche un’idea concreta
della musica, in cui i suoni intervengono come
personaggi e le armonie sono spezzate in due e si
dissolvono negli interventi precisi delle parole.[6]
Qui sta
il balbettare dei versi in italiano, le battute in
lingua francese mutate in gemito, quelle in tedesco in
un rumore del ventre. Qui stanno i brani di Piazzola,
Rossini, Verdi spezzati o insensatamente ripetuti. Ciò
che segue è un cammino nelle tenebre: il fiore sullo
schermo sparisce; il video si fa segno di folla (le
teste), dolore (i corpi stretti in lacci), solitudine
(la singola testa), spavento (l’occhio spalancato
inquieto). Un gioco sapiente di luci, ombre, teli e
paratie crea, all’interno del medesimo spazio, luoghi
differenti, contradditori e l’un l’altro remoti. Si
moltiplicano (con accezione negativa) le suggestioni, i
riferimenti: Amore entra in scena nuda, come Venere, e
ricoperta di geroglifici alchemici; indecisa fra
l’assumere un ruolo carnale, ferino, o spirituale. La si
spia - o piuttosto la si esamina, come un referto
anatomico - attraverso l’obiettivo di una videocamera a
mano.
Le immagini di certi quadri
di Grunewald o di Hieronymus Bosch ci dicono abbastanza
esplicitamente cosa può essere uno spettacolo in cui,
come nel cervello di un qualunque santo, gli oggetti
della natura esterna appariranno sotto specie di
tentazioni.[7]
Nello strazio dell’Amore e
della Verità Artaud prende il bastone del pellegrino.
Cieco.[8]
Indicativamente – con riferimento alla vita del
drammaturgo – è il 10 Gennaio del 1936; quando, quasi
senza denaro, si imbarca da Anversa alla volta del
Messico alla ricerca di un’esperienza decisiva. Scopre
la cultura delle tribù Tarahumaras e il culto religioso
del peytol. Le Ombre tutte si contorcono, gridano,
strisciano: l’Ombra di Tarahumaras, vitale, danza. Veste
d’oro, cinge una corona. Ecco, di nuovo con gli
attributi del sacro, la risposta di Artaud al
disfacimento della Società e del Teatro suo
contemporaneo. Tarahumaras riposa in grembo ad Artaud.
In una
scena di assoluto lirismo, immobile, plastica,
spirituale; che redime la follia del vorticare,
frammentario, materiale; sottolineata dal finale
in crescendo del Guillame Tell di Gioachino
Rossini che suona ora limpido, integro, Amore, Verità,
Artaud e Tarahumaras compongono il quadro di una Pietà
o Deposizione. E’ il culmine di una parabola
inscindibile: dell’artista, dell’essere umano,
dell’afflitto dalla malattia. Quindi, assistito dalla
caritatevole Verità, Artaud cinge di nuovo le bende e si
compone – come per la morte – in un semplice e bianco
abito. Bianco, in estremo Oriente, è il colore del
lutto.
Alessandro Forlani
ARTAUD – UNA TRAGEDIA;
uno spettacolo di Federico Tiezzi. Regia Teatrale:
Federico Tiezzi; Regia Video: Agata Guttadauro. Con:
Sandro Lombardi (Artaud); Virgilio Sieni (Ombra della
Follia); Rolando Mugnai (Ombra del Suicida); Emanuela
Villagrossi (Ombra dell’Amore); Teresa Telata (Ombra
della Verità dei Giorni); Giacomo Pardini (Ombra del
Tarahumara); Daniele Bolelli (Artaud Bambino).
Drammaturgia: Renata Molinari; Coreografia: Virgilio
Sieni; Scenografia: Manola Casale; Costumi: Loretta
Mugnai: Colonna Sonora a cura di Sandro Lombardi;
Luci: Jurai Saleri; Audio: Michele Basile; Fotografia:
Agostino Conforti. I Magazzini – Edilight Video
Produzioni. Italia, 1986
[1]
Guido Neri, Biografia
di Artaud; in A, Artaud, Il Teatro e il suo doppio;
p. XXVI, Einaudi Piccola Biblioteca, Torino, 2000.
[2]
“La Postavanguardia teatrale italiana, con gruppi
come i Magazzini Criminali, Taroni-Cividin, Krypton,
La Gaia Scienza,etc. misero in scena inizialmente la
dimensione patologico-esistenziale propria di quei
comportamenti collettivi che alla fine degli anni
settanta furono vissuti dal cosiddetto "proletariato
giovanile" in modo schizoide ancor più che
antagonista e poi, in una seconda fase - in cui
emersero formazioni come Societas Raffaello Sanzio e
Teatro della Valdoca- si vide la formalizzazione di
nuove forme di autoesposizione fisica e simbolica,
divise tra edonismo metropolitano e ricerca di
arcaicità di forte impatto percettivo.” In I presagi
di Artaud - Teatro in trance e cyberperformance Una
ricognizione su "teatro e mutazione" attraverso
repertori video a cura di Carlo Infante.
[3] Antonin Artaud, Il
Teatro della Crudeltà – Primo Manifesto. La scena,
la sala; Einaudi Piccola Biblioteca, Torino,
2000.
[4] Il più esaustivo volume sul
Teatro No pubblicato in Italia credo si debba
considerare Il segreto del Teatro No di Zeami
Motokiyo; Biblioteca Adelphi, Milano, 1996.
[5] Antonin Artaud; Il
Teatro della Crudeltà – Primo Manifesto. Il costume;
ib.
[6] Antonin Artaud; Il
Teatro della Crudeltà – Primo Manifesto. Il
linguaggio della scena; ib.
[8] Nota, a proposito di
visioni fiamminghe “alla Hyeronimus Bosch”, come, in
questa scena abito e movimenti dell’attore Sandro
Lombardi ricordino da vicino le figure del dipinto
La parabola dei ciechi (1568) di Pieter
Bruegel