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Prigionieri forzati della televisione

 
    
prolusione a cura  di  Massimo Puliani
con il contributo di  Alessandro Forlani e Valentino Bellucci

Il tema di quest’anno: la Follia. Il punto di partenza: Antonin Artaud. I videomaker che hanno partecipato al concorso  “I modi della visione” (libera traduzione per assonanza a “I-Mode Visions”),  ci hanno proposto opere artaudiane e opere niente affatto artaudiane. Ci soffermiano su questo  paradosso del “doppio”, sul binomio “sensibilità umana e sensibilità virtuale”.  Dimenticare Artaud.   Allontanarsi dall’alterità per far spazio al codice televisivo dove l’alterità non riesce – se non in pochi casi eccezionali – a definirsi tale. Come a voler fuggire dalla peste Artaudiana per   essere contagiati dalla peste quotidiana del linguaggio televisivo più ovvio, più “normale”. Piuttosto che dismettere parole in favore di simboli, di suoni e di segni; piuttosto che smantellare o abbandonare luoghi e contenitori virtuali in favore di loci che ritornino sacri; piuttosto che rivestirsi di tuniche e maschere, di “fantocci alti decine di metri”, si adottano abiti, forme, linguaggi e convenzioni che sono apparentati ai quei “reality show”, ovvero a quei finti viaggi in isole sperdute, in case-carcere o multi-salotti televisivi, ovvero nella TV della chiacchiera o nella TV del gesto e dell’urlo (Pasolini ancora docet!). Il rischio di  sottomettersi alle grammatiche di questo insidioso mondo-in-poltrona è alto: non sono valsi gli avvertimenti di Francesco Casetti e Federico di Chio sui livelli denotativi, connotativi ed ideologici del piccolo schermo[1]: tutti, senza riserve, i nostri autori li hanno assunti e somatizzati.

Ci domandiamo: è possibile andare in contro-tendenza?  Contro la cultura omologatrice del Quinto Potere? Con l’aiuto dei segnali di Artaud è possibile una dichiarata presa di posizione, una emergente poetica, un’ideologia che contempli consapevolmente, fra i propri principi, il negare o l’opporsi al “pensiero” televisivo dominante? E’ forse possibile dare una continuità a certi percorsi del teatro di ricerca o del teatro post-moderno o della videoarte   in nome di Artaud? O niente di tutto questo? Né  militanza, né poetica, né conflitto!  Paradossalmente ci troviamo di fronte a forme/scelte espressive, narrative e semantiche che  si sono più o meno consapevolmente allontanate da Artaud, forse indifferenti ad Artaud, ma che denunciano una condizione della sensibilità contemporanea che artaudiana, in un certo senso, lo è.

Quello di “prigionieri forzati della sensibilità” è uno status, tutto sommato, reattivo: come a dire che alle percezioni tattili, visive, olfattive e gustative non si sfugge. Non si sfugge ai nervi, al terrore, all’estasi: qualcosa in grado di “destarci”, nella realtà che ci circonda, esisterà sempre, di secolo in secolo, cultura in cultura, e forse potrà di volta in volta rendersi necessario scoprire un daccapo che non è altro che il travestimento di un qualcosa che già c’era. E quello sarà il momento in cui ci  interrogheremo nuovamente, come sempre, mai sicuri del nostro stato di salute e dei significati dell’arte.

Ilio in fiamme non ci commuove più mentre ci lascia senza fiato il crollo delle Twin Towers?

Le immagini di Santi decollati, issati sulle ruote, fatti a pezzi o arrostiti in graticola non ci terrorizzano più, mentre piangiamo in diretta la morte del papa polacco? 

Chi sono i “prigionieri forzati della televisione”? Sono coloro che assumono i programmi che essa produce con modalità narrative   imposte. La televisione, o meglio il linguaggio televisivo o  Decoder/televisivo o (a breve) Internet/televisivo è ormai sempre presente nel nostro Villaggio Mediatico,  per  contenuti e messaggi, tanto da realizzare la profezia di Mc Luhan per cui media e messaggio coincidono. Dal “Rumore di Fondo” alla “Visione di fondo”, dal chiacchiericcio continuo all’immagine  sempre accesa, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Homo-Vi-deo!

La Storia, come “incubo da cui non riesco a svegliarmi “ (Joyce) non è quella della memoria dei padri, delle lapidi nelle piazze dedicate alle vittime degli eccidi, dei volti degli extracomunitari ogni giorno più numerosi accanto a noi. dietro ai quali basta poco per leggere cronache di società che precipitano nel caos. La Storia, non è quella scritta e fatta dagli uomini nell’accezione crociana e gramsciana,  ma è quella che mostra la TV; quella che si apprende dalla televisione, nel modo in cui la televisione la racconta. E si racconta, e fa raccontare  dai quotidiani nel giorno successivo.

Un parlarsi addosso, da TV a quotidiani, dai quotidiani alla TV, alla Net-TV. Quegli stessi quotidiani che hanno inserito, al posto della pagina dedicata agli spettacoli, la pagina degli spettacoli-in-televisione. Lo spettacolo è la televisione. La realtà televisiva non è la  realtà oggettiva.

Insomma pare definirsi un “mondo” anti-culturale, che non si regge su modelli filosofici come quelli danteschi o della cabala ebraica, o sulla stratificazione della conoscenza prima e dopo Cristo, ma secondo la scaletta di un palinsesto alla  conquista dell’auditel: filmatus ergo sum.

Ecco che allora nel paradosso artaudiano siamo “prigionieri forzati della sensibilità televisiva”. Gli assiomi saranno: follia = efferato delitto, cronaca nera; crudeltà = reality; sangue = corpo crivellato di colpi ; mito =  Claudio Bisio o Maria De Filippi; provocazione = Emilio Fede.

*

 Artaud  è  uno  dei  grandi,  audaci  cartografi  della  coscienza  in  extremis.[2]

Susan  Sontag

 

Artaud  sarebbe  mai  apparso  in  televisione?  Per  capire  il  legame  tra l’immagine  teatrale  artaudiana   e  l’immagine  televisiva  occorre  fare, per un  istante,  un  passo  indietro:  Artaud  e  la  radio. Come  ha   acutamente notato Vincenzo  Cuomo,  a  proposito  del  radiopoema  Pour  en  finir avec  le  jugement de  dieu,   “tutto  il  poema  è  un  violento  atto  d’accusa nei confronti di  Dio,  colpevole  di  aver  defraudato  l’uomo,  di  aver defraudato  Antonin  Artaud  del  corpo,  del  corpo  d’ origine;  non avendo sostanza  propria,  il  dio-spirito  si  sarebbe  insinuato  nel  corpo umano…[…]  Il  corpo  umano,  afferma  Artaud […]  “è  una  pila  elettrica alla  quale  sono  state  castrate  e  inibite  le  scariche”,  è  un  corpo originariamente  pura  energia  ridotto  ad  essere  corpo  organico  che mangia,  beve,  defeca…” [3]   In  questa  concezione  del  corpo  di  Artaud c’è  la  grande  tradizione  gnostica,  dove  il  creatore  della  realtà materiale,  il  dio-demiurgo,  ha  gettato  l’uomo  in  uno  stato  di  condanna e  caduta.  Potremmo  avvicinare  il  corpo  organico  al  corpo dello spettatore  televisivo?  Non  potrebbe  essere  lo  “spettatore  televisivo” l’ennesimo  corpo  che  viene  defraudato  ancora  di  più?  Certo,  sappiamo che  Artaud  rifiutò  la  radio,  dichiarando: “…laddove  c’è  la  macchina, c’è  sempre  l’abisso (gouffre)  e  il  nulla  (néant),  c’è  un’interposizione (interposition)  tecnica  che  deforma  e  annichilisce  ciò  che  si  è  fatto […]; è  per  questo  che  non  toccherò  mai  più  la  radio  e  mi  consacrerò esclusivamente  al  teatro.” [4]  Questa  dichiarazione  è  netta,  decisiva; Artaud  rifiutava  la  “macchina” come dispositivo. E tale  rifiuto lo avrebbe potuto estendere anche alla televisione. La voce, come l’immagine televisiva, si  perde.  Non  sgrana  forse  nelle  stanche  coscienze  degli  spettatori distratti?  Non  sono  immagini  gettate  nel  nulla?  E’ in  questo  senso  che il  rifiuto  di  Artaud  sarebbe  stato  radicale.  “ Solo  il  teatro,  afferma conclusivamente  Artaud,  può  ‘ricreare’  il  corpo.”  [5]   e  questo  perché  a  teatro  c’è  una  comunicazione  diretta  tra  i  corpi,  tra  attori  e  spettatori,  cosa  che  invece  in  radio  e  televisione  non  accade,  a  causa  della  mediazione  del  mezzo  tecnico.  Ma parlando del  corpo  televisivo  si potrebbe (vedendo alcuni storiche rappresentazioni) che ci troviamo di fronte alla  realizzazione  perfetta  del  corpo  senz’organi  tanto  agognato  da  Artaud.     Tale  riflessione  appartiene  più  al  mondo  cyber,    che  al  mondo  televisivo “tout court”, il cui corpo  organico  è immolato  nel  nulla.  Le  nuove  tecnologie  mediatiche  mettono  allo  scoperto  una  contraddizione  che  nemmeno  lo   stesso  Artaud  sospettava:  liberarsi  del  corpo-prigione  per  un  corpo  inorganico,  o  post-organico,  corpo  possibile  solo  nella  virtualità , corpo  dissanguato. L’immagine  televisiva è immagine  virtuale, lo spettatore organico si trova di fronte a corpi-schermo inorganici, e i livelli di realtà si confondono, si clonano, si riproducono,  portatori essi stessi di un  nuova  esistenza, un nuovo inferno dalle connotazioni più improbabili.

*

In conclusione, passi senz’altro la parola ad Artaud che scrive ai direttori del Manicomio:

Signori,
le leggi e il costume vi concedono il diritto di valutare lo spirito umano.
Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l’esercitate a vostra discrezione.
Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei sapienti, dei
governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi sovrannaturali. Il
processo alla vostra professione ottiene il verdetto anzitempo. Noi non
intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né la dubbia esistenza
delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni, le più vaghe
delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti nobili tentativi
sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui vivono tanti
dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del demente
precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che un’insalata
di parole?

Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette, di sanzionare mediante la carcerazione a vita, le loro ricerche nel campo dello spirito umano.

E che incarcerazione! Si sa - e ancora non lo si sa abbastanza - che gli
ospedali, lungi dall’essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni,
nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera gratuita e utile, nelle
quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo tollerate. L’istituto per
alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile
alla caserma, alla prigione, al bagno penale.

Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per
evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran
numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione
ufficiale, sono, anch’essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che
si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo,
altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane.
La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica
quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi
sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome
di questa individualità, che è propria dell’uomo, noi reclamiamo la liberazione
di questi prigionieri forzati della sensibilità, perché è pur vero che non
è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono.
Senza stare ad insistere sul carattere di perfetta genialità delle manifestazioni
di certi pazzi, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo
la assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le
azioni che da essa derivano.

Possiate ricordarvene domattina, all’ora in cui visitate, quando tenterete,
senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali,
dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.

E’ nella Lettera ai direttori dei manicomi che, come abbiamo ascoltato, viene attribuita ai “folli, secondo le definizioni ufficiali” la condizione di “prigionieri forzati della sensibilità”. E’ dunque questa un’afflizione reale, non un atteggiamento filosofico, ideologico, artistico. La visione che ha Artaud del malato di mente, e prima ancora della stessa malattia (si rammenti a questo proposito Il Teatro e la Peste), è certo idealizzata e propria dello sciamano più che dell’uomo del XX secolo. Così come opinabile è la sua condanna alla medicina psichiatrica, all’autorità e al costume medico tout court… Benché a noi, contemporanei redenti dalla Legge Basaglia, mai realmente riuscirà di comprendere quanto fossero inumane, prima del ’75, le detenzioni dei malati nelle cosiddette “case di cura”. Ma su un punto, anzi sulle conclusioni, da “prigionieri forzati della televisione” non possiamo purtroppo che convenire: quanto, nel nostro quotidiano, il piccolo schermo abbia il “vantaggio della forza”.


[1] Francesco Casetti – Federico di Chio; Analisi della Televisione; Strumenti Bompiani, Milano 1998.

[2] S.  Sontag,  Sotto  il  segno  di  Saturno,  trad. it. di S. Bertola, Einaudi,  Torino   1982,  pag.  57.

[3] V.  Cuomo,  Del  corpo  impersonale,  Saggi  di  estetica  dei  media  e  di  filosofia  della  tecnica,  Liguori,  Napoli 2004,  pag.  70. 

[4] A. Artaud,  Lettres  a  propos  de  Pour  en   finir  avec  le  jugement  de  dieu,   in  Oevres  complétes,  vol. XIII, pag. 146,   cit.  e  trad.  da   V.  Cuomo,  op.  cit.,  pag.  70.

[5] Ibidem.

a cura dei proff. Stefano Lucinato e Moira Torresi - Redazione: Alessandro Forlani e Maurizio Failla - Authoring DVD / Video Web Encoding: Matteo Catani
 Info: ufficiostampa.accademia@virgilio.it