Mario Dondero

Mario Dondero

Mario Dondero
Nato a Milano nel 1928 da famiglia genovese, Dondero vive a Fermo (Ascoli Piceno). Dopo l’esperienza partigiana in Val D’Ossola e dopo gli anni di formazione negli ambienti intellettuali di Milano e dopo aver lavorato come giornalista, inizia ad intraprendere l’attività di fotografo per le principali testate degli anni Cinquanta, tra cui L’Unità, Avanti!, Le Ore, Cinema Nuovo, Settimo Giorno, Il Mondo. 

Sono anni questi di scambio e amicizia con gli artisti e gli intellettuali milanesi, in particolare legati alla frequentazione del famoso Bar Giamaica, tra cui Ugo Mulas, Uliano Lucas, ma anche scrittori come Luciano Bianciardi, giornalisti come Camilla Cederna o artisti come Piero Manzoni. 

Si trasferisce a metà anni Cinquanta a Parigi, dove rimarrà, in un clima di scambio con i principali intellettuali della capitale e di intenso lavoro per la stampa francese, fino a fine anni Novanta (se si esclude una feconda parentesi romana, dove frequenta personaggi come Pasolini, Moravia e la Maraini). 

Gli anni Settanta sono una stagione di viaggi in tutto il mondo, per realizzare reportages di impegno sociale e politico, dalla situazione in Algeria fino alla presenza di Emergency in Afghanistan. Il rientro definitivo in Italia è segnato invece dalla collaborazione con quotidiani e riviste (Il Manifesto, Diario, La Repubblica tra gli altri). 

Vince nel 1985 il premio Scanno, mentre nel 2008 l’Accademia di Belle Arti di Macerata gli conferisce il Premio Svoboda al talento artistico. Nell’ambito di Spilimbergo Fotografia vince il Premio Friuli Venezia Giulia Fotografia e il Premio Chatwin a Genova. Moltissime sono le mostre personali e collettive che lo hanno visto protagonista, così come tutti i libri a lui dedicati, tra cui basti ricordare, nel 2008, anno del suo ottantesimo compleanno, gli importanti volumi Dondero 4 20 e Donderoad.
A Mario Dondero viene riconosciuto il premio Svoboda al talento artistico e creativo 
per i meriti artistici acquisiti nella capacità narrante delle sue immagini, che 
trasformano la cronaca in Storia, che si interrogano sul senso profondo delle 
vicende, che privilegiano la potenza dei contenuti rispetto alla forma, attraverso 
l’utilizzo del mezzo fotografico come strumento di comunicazione etica nel richiamo 
eccellente al portato della Memoria, quale dimensione urgente per l’essere 
contemporaneo eluso dall’ossessivo reality del presente.
Foto di Giordano Emiliozzi


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